IL DISAGIO DELLA CIVILTA' - di Eugenio Scalfari .
Quando
Carlo Marx morì, Sigmund Freud
aveva 27 anni e ne aveva 32 quando Nietzsche
baciò il muso di un cavallo in una piazza di Torino e
scrisse i biglietti della follia. Non risulta che abbia mai
letto Marx, ma conosceva invece a fondo l'opera di
Nietzsche. Pensando a Freud siamo abituati a considerarlo
come un terapeuta e uno scienziato che, con la sua scoperta
dell' inconscio e della sessualità come fondamento della
vita psichica, ha rivoluzionato i modi di pensare della
cultura moderna. Il parallelo con Marx è
diventato automatico: il fondatore del materialismo storico
ha posto alla base della civiltà moderna la dinamica delle
forze economiche. Freud, in modo simmetricamente opposto, ha
messo il fondamento della storia nelle pulsioni inconsce che
emergono dalla psiche e si trasformano in comportamenti
dominati dalla polarità tra la ricerca della felicità
individuale e le restrizioni che la società le contrappone
con i suoi comandamenti morali e le sue leggi coercitive.
Insomma due giganti contrapposti, due antitetiche concezioni
del mondo, due modi di pensare la storia. Non c'è dubbio che
Freud e le sue ricerche sulle figure psichiche sono una
tappa essenziale di quella storia, un segnale che ne
illumina un tratto del percorso. La terapia psico-analitica
ha perso negli ultimi vent'anni una parte della sua forza
propulsiva, ma il modo con cui Freud ha letto la storia
della civiltà ha viceversa accresciuto il suo peso. Direi
che il terapeuta delle nevrosi ha ceduto il posto al
filosofo, il medico allo scienziato, lo scienziato al
pensatore e allo scrittore. Nella vicenda personale di Freud
questa evoluzione cominciò abbastanza presto. Il punto di
svolta si può collocare nel 1908 con la pubblicazione de "La
morale sessuale civile e il nervosismo moderno". Ma i primi
segnali nella letteratura freudiana risalgono al 1897,
quando la sua attenzione cominciò a spostarsi dalla psiche
individuale alla psicologia collettiva. L'elaborazione
raggiunge piena maturità con " L'avvenire di
un'illusione" toccando il culmine con "Il
disagio nella civiltà" pubblicato nel 1929 ed è
appunto l'opera che qui segnalo: è da poche settimane nelle
librerie con una lucida introduzione di Stefano Mistura,
l'editore è Einaudi (pagine 93 più 56 di introduzione e
appendice, prezzo euro 14,00).
Il disagio, scrive Freud, è determinato dal contrasto
perenne tra felicità individuale e moralità. La figura
psichica dell'Es, del "sé", presiede alla
ricerca della felicità; la parola con la quale Freud nomina
quella parte della personalità è Eros, amore. La moralità,
nello schema bipolare di Freud, si richiama invece alla
figura psichica del Super-io, mandatario
vigilante in nome e per conto della società, con il compito
di reprimere o almeno di limitare l'invadenza dell'Eros
contrappponendole e proponendole l'etica della
responsabilità sociale, la rinuncia ad una parte di felicità
individuale a vantaggio di norme capaci di rendere possibile
la convivenza. Semplificando ancora di più: l'irrazionalità
che anima l'Es di fronte alla razionalità della quale il
Super-io è il portatore in nome della socievolezza. Propongo
a questo punto due osservazioni: la prima riguarda appunto
la socievolezza. Freud sembra non essersi accorto che essa
non scaturisce soltanto dalla razionalità del Super-io, ma è
una delle caratteristiche che connotano la nostra specie,
una pulsione primaria accanto alla ricerca della felicità.
La nostra specie è certamente "desiderante", il desiderio è
continuo e inestinguibile, dall'appagamento di un desiderio
ne nasce immediatamente un altro. Ma è altrettanto vero che
gli individui non sono e non vogliono essere solitari. Hanno
bisogno dell'altro, degli altri, come dell'aria che
respirano perché è soltanto nel rapporto con gli altri che
possono costruire la figura psichica centrale, quella
dell'Io.
Senza quella terza figura noi saremmo più vicini agli
animali; senza di essa non avremmo nozione dell'inconscio,
né memoria, né identità, né storia, né sentimento della
morte: insomma non avremmo una mente riflessiva in grado di
pensare il pensiero e di pensare se stessa. Affermo dunque
che la socievolezza non nasce dalla ragione; la ragione,
come fa per tutte le pulsioni che emergono dal "sé",
la razionalizza, ma la socievolezza costituisce una pulsione
originaria dell'inconscio, esattamente come la felicità
desiderante. La mia seconda osservazione riguarda il
pensiero di Freud rispetto all' Io. Questa figura psichica
ha costituito la base del Freud terapeuta, del Freud
scienziato dell'analisi psichica. Ma è stata stranamente
marginale nel Freud pensatore e filosofo. L' Io è la figura
centrale, l'ho già detto, ma Freud pose tutta la sua
attenzione nella polarità tra l'Es e il Super-io. Forse
perché l'Io è in qualche modo la sintesi, il punto di
equilibrio tra i due estremi? Del precario ma necessario
equilibrio? Non ho la risposta, ma mi piacerebbe averla da
quelli che hanno dedicato il loro tempo e la loro attenzione
a studiare il pensiero freudiano
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