Gli “Strinari” di un tempo, come recita la tradizione, giravano per le vie del paese, nel periodo che andava da Natale alla Candelora, alla ricerca di quella casa, con appesa allo stipite dell’ingresso principale la tradizionale “lanterna” o il “ramoscello d’ulivo” che testimoniavano la volontà del proprietario di accettare gli Strinari e la Strina in casa propria.

Poco più di un mese quindi, per “sfogarsi” dai soprusi e dalle angherie maturate nel corso dell’anno contro i“Padroni”, intesi non solo come signorotti del luogo, ma anche come figure di spicco quali il Prete, il Sindaco, il Medico e quanti altri avessero, volutamente e non, arrecato,con comportamenti deprecabili, fastidi alla comunità.

Ma questa è solo una delle tante facce della Strina che poteva essere di protesta, come nel caso sopra citato, ma anche ricca di una verve satirica e pungente, ironica e benevola, allegra e spensierata, ma, in ultima analisi, anche ingiuriosa e offensiva, cattiva e subdola, tanto da essere causa in passato di gesti delittuosi.

Per questo motivo, negli anni trenta in pieno Fascismo, la Strina fu sottoposta a censura dagli organi di vigilanza .

Ma con un pizzico di orgoglio campanilistico, c’è da dire che, anche se questa tradizione presenta delle poco lusinghiere sfaccettature, è unica nel suo genere.

La poliedricità di questo popolo agreste è riuscita a sfornare, anche in periodi di totale analfabetismo dei piccoli capolavori linguistici da fare invidia ai più rinomati poeti dialettali di Calabria.

La musicalità del nostro dialetto, associato alla schiettezza del linguaggio contadino ed alla innata capacità di “scolpire” e “ modellare” le parole, è insita nell’animo di ogni Laghitano.

E’ molto difficile infatti, trovare un nativo del luogo che non abbia composto, o cantato almeno una volta in vita sua, una strofa di Strina.